L’intervista a Valentina Marini, presidente AIDAP – Associazione Italiana Danza Attività di Produzione, Direttore Generale di Spellbound Contemporary Ballet, Direttore Artistico di Fuori Programma – Festival Internazionale di Danza Contemporanea

Quanto ha risentito il comparto danza dell’emergenza Covid?

Ha risentito tantissimo. Il distanziamento trafigge il cuore della pratica coreografica, del linguaggio stesso della danza, che coinvolge i corpi.

Il lockdown ha fatto sì che il processo produttivo interrotto diventasse irrecuperabile. Produzioni in fieri che coinvolgono artisti in ambito internazionale, una volta arrestata la mobilità, non si portano avanti facilmente. A calendario saltato si impongono nuove date. Mentre iniziative e produzioni subiscono una violenta battuta d’arresto.

Come ha vissuto il mondo della danza, sin qui, la fase della “ripartenza”, tenuto conto peraltro delle normative in atto?

Quello della danza è un settore delicato e fragile. Non si contano i danni e poi si rialza la saracinesca. Subentra piuttosto il problema dei protocolli che mettono a repentaglio vocazioni artistiche, linguaggi. Non tutti gli artisti si esprimono in forma distanziata, solista.

In molti casi si è optato per i tamponi, ma sono spese non indifferenti e per le quali non si hanno opportuni sostegni a livello istituzionale.

C’è stato fermento in fase di ripartenza. In molti casi le iniziative, prevalentemente fuori dagli ambienti tradizionali, hanno portato a risultati soddisfacenti sul piano creativo. La dimensione estiva ha tuttavia facilitato le cose. Ora il problema è affrontare l’inverno, dentro gli spazi al chiuso, rispettando il distanziamento.

Quali produzioni di danza si stanno avviando in Italia in questo momento?

Non si può generalizzare, ci sono contingenze assai diverse in ogni realtà. In molti casi manca una vera e propria programmazione. Spesso si sceglie di non riaprire i luoghi deputati alla danza. Si pensi, fra le altre cose, al mancato introito delle tasse di soggiorno, per il calo del turismo, che dai Comuni venivano destinati alla valorizzazione del settore artistico-culturale. Da qualche parte si è riprogrammato quanto sospeso durante il lockdown, ma da gennaio 2021 il foglio sarà bianco.

Quali le misure possibili da mettere in campo secondo AIDAP per ridare fiato al settore?

Intanto bisognerebbe differenziare all’interno di quel mondo troppo eterogeneo che si usa chiamare “spettacolo dal vivo”. C’è un’iperproduzione nella totale diversificazione dei vocabolari, dei linguaggi. Si ragiona per algoritmi, mentre occorrerebbe una fotografia di quel che siamo, dei luoghi in cui operiamo. Il recente sostegno è un galleggiante che ci sostiene, per il momento. Lo scalino successivo dovrà coniugare progettualità e circuitazione nazionale e internazionale.

Un’esperienza come questa è un’occasione imperdibile per riscrivere le norme, un assist per sganciarci dalla schiavitù dell’algoritmo.

Il pubblico italiano cosa ama in particolare della danza? E sarà facile riportarlo nei teatri, nelle sale?

In Italia si deve ancora lavorare sulla fruizione della danza. Il pubblico in genere predilige la prosa, la musica. Il mondo della danza risulta ancora estraneo ed è usualmente escluso dall’ambito educativo: il menu dell’offerta culturale non include la danza.

Sono stati raggiunti risultati straordinari negli ultimi anni con rassegne perlopiù indipendenti. Un grande lavoro dietro e quella programmazione che genera ondate di pubblico, a dimostrazione del fatto che lo spettatore va correttamente avvicinato alla danza.

In estate c’è stata, per esempio, una gran voglia di ritrovarsi attorno alla danza. Ora è tutto più complicato.