Lo ammetto. All’inizio non riuscivo a capire perché nel mio piccolo mondo della danza, della danza contemporanea in particolare, questa vicenda del coronavirus, con la conseguente mancanza di punti di riferimento (teatri chiusi sì, teatri chiusi no ma con gli spettatori distanziati, teatri chiusi e basta, prove sì, prove no, prove ad un metro di distanza, scuole di danza aperte perché facenti parte dell’attività motoria in genere, scuole di danza chiuse perché il decreto dice scuole di ballo chiuse, ma forse pensavano al ballo standard e non a noi, scuole chiuse definitivamente, insieme alle palestre, fuori di ogni dubbio) avesse mandato tutti noi così tanto in crisi.

In fondo, mi dicevo, dovremmo essere abituati. Noi viviamo perennemente senza punti di riferimento. Siamo precari e instabili per natura. È sempre tutto incerto e in continua trasformazione e movimento. Non siamo una categoria con punti fissi e con grandi certezze.
Poi ho pensato che eravamo anche una categoria poco stanziale, abituata a muoversi per lavoro perennemente e che quello che stavamo patendo maggiormente era l’obbligo della stanzialità. Ho pensato che per noi il rimanere in casa, il non poter uscire dal proprio comune di appartenenza fosse più difficile da accettare che per altre categorie di persone, più abituate a lavorare sempre nello stesso luogo.
Ho immaginato che per noi, che siamo abituati ad incontrarci in giro per l’Italia e per il mondo, che abbiamo amici che vivono lontani e che riabbracciamo, con gioia, periodicamente nei festival, nelle piattaforme, nelle vetrine o più semplicemente a teatro, la sera, fosse più difficile accettare senza ansia il dover stare forzatamente separati.

In parte tutto questo è vero. E l’incessante scambio di mail, messaggi, whatsapp, telefonate, conversazioni su Facebook, scambi su Instagram, che avviene quotidianamente tra tutti noi, sparsi in Italia, in Europa e nel mondo lo conferma. Cerchiamo di consolarci reciprocamente, di farci coraggio e di rassicurarci. Ce ne importa poco se chi è nei guai è cinese o italiano o tedesco perché abbiamo capito che siamo una comunità transnazionale che condivide progetti, delusioni e speranze con chi ha come simile, più che col vicino di casa.
Ma col passare di giorni ho capito che c’era dell’altro. Che quel senso di smarrimento che ci ha preso, davanti a qualcosa che sembrava inimmaginabile fino a tre mesi fa, quel senso di panico e di impotenza, condiviso sicuramente con tutta la popolazione italiana e poi anche con quella europea e mondiale, per noi aveva un sapore leggermente diverso. Toccava corde più profonde. Dava un senso di vertigine unico e squisitamente di categoria. Perché ci metteva davanti ad una verità che quotidianamente nascondiamo sotto al tappeto insieme alla polvere e a tutto ciò che non vogliamo vedere.

Qualche tempo fa ho partecipato a un convegno all’Università La Sapienza di Roma dal titolo “Oltre il deficit”. Tra le domande fatte a noi relatori c’era anche: «Oltre al deficit economico quali altri deficit può lamentare il tuo settore?». La mia risposta è stata: «deficit identitario». Tutto il settore dello spettacolo dal vivo in Italia soffre di deficit identitario, da quando deve spiegare ai propri genitori che lavoro fa precisamente a quando si sente chiedere cosa fa “veramente” per lavoro, fino a quando deve indicare il proprio mestiere a un impiegato comunale che lo dovrebbe scrivere sulla carta d’identità, ma non può perché di fatto quel lavoro «non esiste».

Ma per chi lavora con la danza contemporanea è ancora peggio. Se in generale la percezione del lavoro nello spettacolo dal vivo è completamente falsata, per questa nicchia che è la danza contemporanea tutto si complica ancora di più. Nell’immaginario collettivo la danza è il balletto delle fondazioni lirico sinfoniche. O le scuole di danza. O quello che si vede in televisione. Riuscire a far passare l’idea che esistono delle compagnie, di danza, che vivono di questo, che fanno della danza il proprio vivere quotidiano, esattamente come una compagnia teatrale, è una lotta estenuante.
Questo ovviamente dipende dal fatto che la danza, autonoma, sganciata dal suo essere l’intermezzo delle opere, è un fenomeno relativamente giovane.
D’altronde qualsiasi discorso sulla danza in questi ultimi anni è sempre iniziato con il definirla «la Cenerentola delle arti».
Ebbene sì, siamo Cenerentola, o meglio ci sentiamo sempre un po’ Cenerentola. E questo ci rende insicuri, instabili, fragili.
Ma finché tutto è stato nella norma, finché un virus non ha interrotto la quotidianità, a questa mancanza identitaria ci eravamo abituati. Sentivamo che era compensata dal fatto che questo lavoro, così poco riconosciuto, ci piaceva così tanto ed eravamo felici e grati di farlo. Eravamo felici delle nostre vite precarie e grati che ci fosse permesso viverle, queste vite.

Ma il virus ha rimescolato le carte. Ci ha messi davanti al fatto che essere marginali ha degli aspetti così negativi che non si possono compensare con la gioia del fare ciò che ami. Abbiamo tremato di fronte al fatto che non riuscivamo a capire come inserirci negli aiuti che lo Stato darà a lavoratori e imprese. Noi, coi nostri lavoratori così atipici che non è bastato un contratto nazionale, da poco firmato, a fotografarli realmente. Come potrà un lavoratore, che solitamente lavora con brevi contratti a tempo determinato, usufruire della cassa integrazione? Come faranno le strutture a quantificare perdite che non sono solo i mancati incassi o i contratti annullati, ma interi mesi di progetti, in genere pensati e sviluppati in rete con altre strutture, andati in fumo?

E che dire poi di tutti quei danzatori che insegnano nelle scuole di danza, riuscendo così a compensare il fatto che del solo andare in scena non riescono a vivere? Tutti si sono improvvisamente e violentemente ritrovati di fronte alla terrificante realtà che, nella normalità di una vita senza virus, avevano rimosso o davanti alla quale si erano dovuti arrendere: le scuole di danza sono per la maggior parte delle ASD, delle associazioni sportive dilettantistiche. E chi ci lavora viene pagato, in virtù di un accordo con il CONI, con un contratto che di fatto sarebbe applicabile solo a chi come dilettante fa l’insegnante di danza come secondo lavoro. Questa tipologia di contratto, che è applicabile fino a un tetto massimo di diecimila euro, non applica alcuna tassazione. E quindi malgrado molti mormorii, proteste, petizioni, tentativi, tutto è rimasto così, fermo da anni e anni. E i danzatori/insegnanti si sono adeguati, per amore o per forza.
Ma oggi ci si è svegliati sapendo che se insegni danza sei un dilettante, e quindi che ammortizzatori sociali vuoi avere, in questo tempo di emergenza e pandemia? Cosa vuoi avere da uno Stato a cui, di fatto, non hai versato un euro? Probabilmente non per tua scelta, probabilmente perché era l’unica strada. Ma oggi ti senti scippato di un altro pezzetto di identità.

Ora vorrei fare come una Miss America qualsiasi e chiedere la pace nel mondo. Che tradotto nel nostro linguaggio di lavoratori della danza diventa chiedere che, una volta messa la parola fine a quest’orrore che sta mettendo in ginocchio mezzo mondo, tutti noi acquistassimo piena coscienza di chi siamo e cosa facciamo e che pretendessimo che questa coscienza diventi una realtà di fatto.
Vorrei che smettessimo di essere così compiaciuti da ciò che facciamo al punto da dimenticare che la nostra mancanza di identità, nei momenti difficili, è qualcosa da cui potremmo non rialzarci.

Danila Blasi

Danila Blasi fonda nel 2003 l’associazione 369gradi, che dal 2015 cambia nome in Rosa Shocking, occupandosi al suo interno dei progetti di danza e del Festival di danza contemporanea TenDance di Latina, festival sostenuto dal MIBACT e dalla regione Lazio, del quale è co-direttrice artistica insieme a Ricky Bonavita.
Precedentemente, oltre a lavorare come lighting designer per moltissime compagnie di danza contemporanea, ha lavorato come organizzatrice presso il Teatro Spazio Uno e Festival Volterrateatro.
Nel 2007 è tra i soci fondatori di CORE (il coordinamento della danza contemporanea del Lazio) di cui è anche presidente, fino allo scioglimento dell’associazione.
Per CORE è direttrice organizzativa di “Attacchi di Core” (progetto finanziato dalla Provincia di Roma) e delle tre edizioni di Officina COREografica (finanziate dalla Regione Lazio e dal MIBACT).
Dal 2007 è anche direttore generale di FC@PIN.D’OC, associazione sostenuta per la produzione danza dal MIBACT e dalla Regione Siciliana. Nel 2018 l’associazione cambia nome in PinDoc e si fonde con l’associazione Excursus. Questa nuova struttura di produzione danza produce e promuove otto tra compagnie e singoli artisti.
Dal 2017 è direttore organizzativo del Festival Conformazioni di Palermo.
Dal 2017 al 2019 è membro della Consulta dello Spettacolo dal Vivo presso il MIBACT.
Nel 2012 diventa presidente Aidap, il comparto che riunisce le imprese di produzione danza in Federvivo/Agis.
Dal 2019 è vicepresidente Aidap e membro dell’Ufficio di Presidenza Federvivo/Agis in qualità di rappresentenztante del settore danza.

www.festivaltendance.it
www.pindoc.it